mercoledì 14 giugno 2017

Blogtour: Il mistero di Abbacuada: Intervista a Gavino Zucca

Buongiorno cari follower,
oggi abbiamo il piacere di partecipare al Blogtour dedicato a Il mistero di Abbacuada di Gavino Zucca (Newton Compton), un giallo che affonda le radici nei segreti della Sardegna.
Seguendo le varie tappe (sul banner in alto potete leggere l'elenco dei blog partecipanti), avrete modo di conoscere meglio il romanzo attraverso estratti, approfondimenti, curiosità.
In questa tappa vi proponiamo un'interessante intervista all'autore, che ringraziamo per la sua disponibilità.

Titolo: Il mistero di Abbacuada
Autore: Gavino Zucca
Editore: Newton Compton
Pagine: 288
Prezzo eBook: 4,99
Prezzo cartaceo: 10,00

Descrizione:
Tempi duri per il tenente dei carabinieri Giorgio Roversi: trasferito in Sardegna per motivi disciplinari, il giovane ufficiale si trova proiettato in una terra che niente ha in comune con la sua amata Bologna. E a breve dovrà pure dire addio al suo segreto peccato di gola: la scorza di cioccolato per cui va matto è introvabile a Sassari… Sono passati solo pochi giorni dal suo arrivo, quando Roversi deve fare i conti con un omicidio. Luigi Gualandi, proprietario di Villa Flora, ha scoperto un cadavere con un orecchio mozzato nella grotta di Abbacuada, un luogo pericoloso ai confini della sua tenuta. Tutto lascia pensare a una vendetta consumatasi secondo i canoni del codice barbaricino. Un codice d’onore non scritto, quasi una giustizia parallela, che Roversi ignora del tutto e lo mette di fronte alla Sardegna più arcaica e misteriosa. Per fortuna, ad affrontare il caso non è solo: Gualandi, ex ufficiale veterinario dell’Arma, sarà un prezioso alleato per il tenente, a cui lo unisce una viscerale passione per Tex Willer. L’incontro tra i due è determinante: alle proprie capacità deduttive, Roversi può affiancare le efficaci e preziose intuizioni di Gualandi. Ma un delitto che sembrava semplice si rivela molto più complicato del previsto…

Intervista a Gavino Zucca

Benvenuto nel nostro salotto virtuale. Per cominciare ti andrebbe di presentarti ai nostri lettori? Chi è e perché scrive Gavino Zucca?
Sono uno a cui piace affrontare sempre nuove sfide. Fisico e filosofo, sono stato sperimentatore scientifico, programmatore di software, esperto di modelli matematici, project manager, insegnante di fisica e ora scrittore. Mi piace pensare di aver finora vissuto almeno quattro vite diverse: i primi diciotto anni a Sassari, poi il salto nel buio per studiare fisica a Pisa, quindi il lungo periodo bolognese, dove ho lavorato nella società di informatica dell’eni e come insegnante delle scuole superiori. Quella di scrittore sarebbe la quinta vita. Se fossi un gatto, me ne resterebbero ancora altre due (o quattro, nella versione anglosassone che tendo a preferire).

Quando e come nasce la tua passione per la scrittura e per il genere poliziesco in particolare?
La letteratura è una passione che è sempre andata di pari passo con l’amore per la scienza. La fisica alla fine ha prevalso, però non ho mai rinunziato a leggere e a raccontare delle storie. Scrivere, per me, deve essere anzitutto un divertimento. Ho sempre letto un po’ di tutto, ma il genere poliziesco è tra i miei preferiti, insieme alla narrativa umoristica. Autori come Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, Robert van Gulik e Georges Simenon non sono estranei al mio desiderio di provare a cimentarmi a mia volta con un giallo. Credo che però sia stato molto importante anche l’influsso di un umorista inglese, Pelham G. Wodehouse, soprattutto per gli intrecci appassionanti e le ambientazioni agresti.

Originario di Bologna, si trasferisce a Sassari, laureato in fisica. Sono tratti distintivi del tenente protagonista del tuo romanzo ma, seppure con qualche variazione, ricorrono anche nella tua biografia. Piccole coincidenze o c’è di più? Quanto di Gavino Zucca c’è in Giorgio Roversi?
Certamente in Giorgio Roversi c’è molto di me, anche se abbiamo percorso la stessa strada in due versi opposti. Lui, dalla natia Bologna, è finito a Sassari, mentre io ho seguito il percorso inverso. Entrambi siamo laureati in fisica, amiamo la scorza di cioccolato e il biliardo. Roversi ha una mentalità scientifica, si appoggia al ragionamento e alla logica, e ha un fortissimo senso della giustizia, anche a costo di infrangere le regole. Lui, però, ha anche molte caratteristiche tutte sue, soprattutto in campo sentimentale. Dal romanzo si può intuire che nel suo passato ci sono delle questioni ancora irrisolte, che non gli consentono di abbandonarsi con fiducia a un nuovo rapporto.
Comunque, una piccola parte di me vive anche nel personaggio di Gualandi, con il suo amore per l’ambiente, la campagna e Valle delle Magnolie, il suo approccio più istintivo alla risoluzione di un caso, il suo giocare con le parole. Se Roversi rispecchia il mio lato scientifico, Gualandi rappresenta invece il mio lato umanistico e letterario.

Se ti dico Tex Willer?
Tex Willer mi fa pensare anzitutto a mio padre, che ne era un appassionato lettore. Quando ero ragazzo, forse per il normale antagonismo che ci oppone ai genitori a quell’età, amavo soprattutto il personaggio di Zagor. Di Tex c’erano tante aspetti che non riuscivo ad accettare, soprattutto quel ricorrere talvolta alle maniere forti per far valere le ragioni della giustizia o raddrizzare un torto subito da qualcuno. Poi, con gli anni, ho invece capito che il mondo è un po’ meno ideale di come me l’ero dipinto da giovane, e Tex ha iniziato ad apparirmi come un personaggio molto più “vero”.

Il territorio e la cultura sarda occupano un ruolo di spicco nel romanzo, al punto che il mistero stesso su cui è incentrato non può essere risolto senza entrare in sintonia con la mentalità e le tradizioni del luogo. È una scelta dettata solo da un legame affettivo o c’è dell’altro?
Certo, il legame affettivo con la mia terra è molto importante. La Sardegna che conosco bene è soprattutto quella della città in cui sono nato, Sassari, mentre quella delle zone interne l’ho sempre percepita come un’entità misteriosa e per molti versi affascinante, in buona parte nota solo attraverso i racconti di altre persone. Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito è l’esistenza di un codice non scritto, una sorta di sistema legale parallelo a quello ufficiale, le cui origini risalgono a un passato di cui non si ha neanche più memoria. Probabilmente, in quel codice è scolpita l’anima profonda della mia isola e nelle sue pieghe si può ancora sentire l’eco delle passioni che agitavano la vita dei miei antenati.

La tua storia ci trascina indietro nel tempo, siamo nei primi anni Sessanta in una regione in cui sono molto vive le tradizioni, compreso un codice, antico quanto cruento, come quello barbaricino. Quanto, dal tuo punto di vista, è cambiata la Sardegna da allora ai giorni nostri?
La Sardegna descritta nel romanzo è fotografata in un momento cruciale di transizione fra arcaismo e modernità. Da un lato, si percepisce la persistenza di tradizioni millenarie mentre, dall’altro, irrompe il futuro, con la vocazione turistica ormai alle porte e l’avvento di nuovi mezzi di trasporto che rivoluzioneranno la capacità di movimento da e verso l’isola.
La Sardegna di oggi è molto cambiata rispetto al periodo in cui è ambientato il romanzo. La televisione prima, e Internet poi, hanno accorciato molto le distanze culturali. I trasporti via mare e terra forse non hanno ancora realizzato appieno il sogno della continuità territoriale, ma certamente permettono una libertà di movimento impensabile agli inizi degli anni ’60. Però, nonostante i tanti mutamenti, i sardi continuano a essere profondamente attaccati alle tradizioni e ai valori dei loro progenitori e cercano di mantenerli vivi tramandandoli alle nuove generazioni.

Giorgio Roversi, a un certo punto, traccia una similitudine interessante fra il lavoro investigativo e quello di uno scienziato. Ti andrebbe di spiegarcelo? Pensi che il lavoro di uno scrittore di gialli possa rientrare in qualche modo nella stessa similitudine?
L’idea è proposta niente di meno che da Albert Einstein, in un bellissimo libro divulgativo, L’evoluzione della fisica. Secondo questa idea, uno scienziato è simile al lettore di un romanzo giallo. Entrambi raccolgono indizi dalla lettura, rispettivamente, della natura e del libro. Quando hanno accumulato abbastanza indizi, possono riflettere, trovare ciò che li collega, ed eventualmente cercare ulteriori conferme dell’idea che si sono fatti. In tutti e due i casi, inoltre, esistono falsi indizi di cui si deve diffidare e l’intuizione può talvolta portare fuori strada. C’è però una differenza fondamentale: mentre il lettore trova sempre la soluzione alla fine del libro che sta leggendo, lo scienziato, questa soluzione, deve scovarla da sé. Secondo l’analogia, dunque, lo scrittore di gialli è un po’ come la natura, che plasma i fenomeni con le sue leggi e dissemina indizi che lo scienziato deve scoprire.

Laura e Caterina. Sono due donne molto diverse fra loro ma entrambe, in qualche modo, fanno breccia nel cuore del tenente bolognese. Cosa puoi dirci a proposito di queste figure femminili?
Sì, è vero. Laura e Caterina sono due donne in apparenza molto diverse. Ma solo in apparenza. In realtà, sono più simili di quanto sembri. Sono due donne forti, molto determinate rispetto a ciò che desiderano per sé e per le persone che amano. Hanno entrambe sofferto e combattuto per migliorare la propria condizione, anche se lo hanno fatto in due modi diversi. L’attrazione di Roversi deriva forse proprio da questa forza interiore che intuisce in loro, oltre che dal momento di difficoltà che lui sta vivendo in prima persona. Il giovane ufficiale si trova davanti a una svolta della sua vita, è combattuto fra il passato e il futuro, di fronte a sé ha una nuova esistenza colma di incognite, ma a Bologna ha lasciato qualcosa di irrisolto, anzitutto con se stesso. Perché, sullo sfondo, si intuisce l’esistenza di un’altra presenza femminile che ha giocato un ruolo importante nella vita sentimentale del tenente Roversi.

Qual è stata la maggiore difficoltà che hai incontrato nella scrittura del romanzo? Quale, invece, l’aspetto più divertente?
La maggiore difficoltà… forse quella di trattenermi dal raccontare Sassari e la Sardegna più di quanto sia giusto fare in un romanzo come questo.
L’aspetto più divertente, invece, è stato vedere come i personaggi che avevo creato a un certo punto hanno preso vita propria e il romanzo, una volta avviato sui binari che avevo predisposto, si è quasi scritto da sé. Svelo un piccolo retroscena: nelle intenzioni iniziali, il vero protagonista doveva essere Luigi Gualandi, il proprietario di Villa Flora. Però la personalità del tenente Roversi ha preso da sé il sopravvento, e io non ho potuto che prenderne atto e regolarmi di conseguenza.

Cosa bolle in pentola per il prossimo futuro? Possiamo aspettarci a breve un ritorno di Giorgio Roversi? Puoi darci qualche anticipazione?
Il mistero di Abbacuada è il primo romanzo di una serie dedicata al giovane ufficiale bolognese e alla squadra speciale di Villa Flora. Le idee per il prossimo futuro non mancano. Il secondo episodio è già quasi completato, mentre il terzo inizia a delinearsi. E forse, a breve, potrebbe anche esserci un ritorno a Bologna per capire quali colpe abbia mai commesso il tenente Roversi per essere spedito in Sardegna. 



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