lunedì 10 dicembre 2018

Recensione: Offspring. Progenie cannibale

Titolo: Offspring. Progenie cannibale
Autore: Jack Ketchum
Traduzione e illustrazioni di Paolo di Orazio
Editore: Cut-Up
Pagine: 260
Prezzo: 16,00

Descrizione:
L’anziano e stanco ex poliziotto George Peters torna ad affrontare un vecchio caso ritenuto risolto. Incubi a parte, viene chiamato da uno strano vento. Quello della mente che spira su tre famiglie americane, completamente diverse tra loro, e le riunisce in una località sperduta del Maine chiamata Dead River. Questo vento comune a tutti, che sa di ferro e salsedine, sangue e violenza, rabbia e passione, li cattura e li fa esplodere nella follia primordiale. La sopravvivenza è l’impulso bestiale delle vittime, l’omicidio quello vitale dei cannibali guidati da La Donna, il cui scopo è, da undici estati, proteggere la propria famiglia, fornirle cibo e dare pace a uno spirito infuriato. Complici il bosco e la luna piena dell’America dei primi ‘90, la rivisitazione di una leggenda irlandese in un vero e proprio purgatorio di lame, proiettili e dolore.

L’autore:
JACK KETCHUM pubblica racconti e romanzi dal 1980. Autore cult del noir estremo e lo slasher horror, ha vinto numerosi Bram Stoker Awards, è stato condannato dal settimanale americano Village Voice per pornografia violenta. Ketchum ama Elvis Presley, i dinosauri e l’Horror. Tra i numerosi romanzi, alcuni divenuti poi film altrettanto violenti e premiati, in Italia sono usciti La ragazza della porta accanto(Gargoyle, 2009) e Sentieri di Sangue(Independent Legions, 2016).

La recensione di Miriam:
Una ragazza assassinata, mutilata degli arti e svuotata di cuore e cervello, e una neonata scomparsa. Senza preavviso, in maniera diretta, brutale, Ketchum ci scaraventa in una cucina trasformata in mattatoio. Questa scena non è che l’inizio di un orrore ben più raccapricciante, di una caccia al colpevole dal ritmo serrato, che si consumerà in due soli giorni, ma rende subito l’idea delle atmosfere e delle descrizioni che ci accompagneranno nel corso dell’intera lettura.
L’idea è quella di precipitare in un incubo, più lungo dello spazio di una notte, in cui una serie di immagini terrificanti ci assale. Eppure a renderle inquietanti non è tanto la loro efferatezza quanto la loro aderenza alla realtà, perché dietro atti aberranti che includono il cannibalismo non si celano creature sovrannaturali, ma esseri umani, spogliati (in senso figurato e letterale) della loro umanità.
L’omicidio con cui si apre il romanzo, stabilisce subito un legame con Off Season, di cui Offspring è il sequel. Il modus operandi, ma soprattutto la presenza di gocce di urina a marcare il territorio, rimandano infatti a un altro caso risalente a undici anni prima, ragion per cui  viene interpellato Peters, lo sceriffo ormai in congedo, in servizio ai tempi.
La storia procede in un’alternanza di sequenze che dal centro abitato si spostano nel bosco. Da una parte i riflettori sono puntati su Claire, in fuga con il figlio Luke, da suo marito Stephen, alcolizzato e violento. La donna si rifugia in casa degli amici Amy e David proprio in concomitanza con  l’inizio delle indagini e ben presto finirà con gli altri nel mirino degli assassini. Dall’altro osserviamo la grottesca quanto raccapricciante famiglia cannibale che manovra i fili di questo macabro gioco.
La trama piuttosto semplice e lineare non riserva grandissime sorprese; non c’è un vero mistero da svelare poiché sin dal principio si sa chi sono i mostri in azione – siamo appunto in presenza di un incubo che si ripete. Nonostante ciò, si rimane comunque con il fiato sospeso, sopraffatti dal ritmo concitato con cui la violenza sale, seguendo una curva iperbolica. Il gore è un po’ il perno intorno a cui tutto si muove, l’elemento caratterizzante e che ben rappresenta il processo di disumanizzazione cui assistiamo a trecentosessanta gradi.
A rimanere impresse sono soprattutto le descrizioni, esplicite, estreme, disturbanti e i personaggi connotati da fortissimi tratti animaleschi. Quando l’autore ci fa entrare nel microcosmo costituito dalla tribù nel bosco, consentendoci di osservare il suo stile di vita, la sua routine, si afferma la netta impressione di essere di fronte a un branco di belve feroci, esseri che hanno dimenticato qualsiasi forma di civiltà  e che vivono assecondando gli istinti più primordiali, senza freni, senza remore. Nessuna vendetta o raptus di follia, il motivo per cui ammazzano è  il bisogno di sfamarsi e di sfamare i figli, per garantire la sopravvivenza della propria progenie: semplice quanto orripilante.
Se la bestialità della famiglia cannibale è quasi scontata, non meno disturbante risulta quella di Stephen, uomo brutale, violento, rivoltante al punto che potrebbe integrarsi tranquillamente nel gruppo. E questa similitudine, forse, rappresenta l’aspetto più inquietante poiché ci mostra quanto sia breve la distanza e con quanta facilità l’uomo comune – il marito, il padre di famiglia, il signore della porta accanto – possa mutarsi in mostro, trasformando in realtà i sogni più terrorizzanti.


  





martedì 20 novembre 2018

Recensione: La donna che morì due volte

Titolo: La donna che morì due volte
Autore: Leif GW Persson
Editore: Marsilio
Pagine: 480
Prezzo: 19,00


Descrizione:
Un pomeriggio di luglio, il piccolo Edvin, undici anni, suona alla porta del commissario Bäckström, suo vicino di casa. Durante un’escursione con il gruppo scout, invece dei
funghi che stava cercando, ha trovato un teschio con un foro di pallottola ben visibile sulla tempia. Bäckström mette immediatamente in moto la sua squadra di indagine, ma i
primi riscontri riservano una sorpresa: la loro vittima risulta morta in Thailandia nello tsunami del dicembre 2004. A questo punto, la domanda diventa di ordine quasi
filosofico: si può morire due volte? Dopo un’indagine più complicata del solito, ancora una volta Bäckström, poliziotto grassottello, furbo, avido e tremendamente maschilista,
dimostrerà comunque di avere gran fiuto.


La recensione di Miriam:
Morire due volte è impossibile. Eppure Bäckström e la sua squadra investigativa devono misurarsi con un enigma che sembra sfidare questa logica.
La storia comincia quando Edvin, un bambino di dieci anni vicino di casa del commissario, bussa alla sua porta per consegnargli un macabro souvenir. Il ragazzino era in campeggio con gli scout quando ha scovato, nella vegetazione, il teschio di una donna.
Si dice che i morti non parlino, ma in verità un cadavere – o quel che ne  resta – può avere molte informazioni da comunicare a chi sa coglierle. Analizzando la testa, Bäckström capisce che appartiene a una donna, riesce a stabilirne la razza e individua anche la causa della sua morte, giacché è attraversata dal foro di una pallottola. Ma chi è? Quando è avvenuto il decesso? Si è trattato di un suicidio o di un omicidio?
Sono domande alle quali non si può rispondere con la semplice osservazione del reperto e che necessitano una risposta.
Si aprono dunque le indagini ufficiali e nel giro di poco tempo l’identità della vittima viene svelata. Questo dovrebbe rappresentare un importante passo avanti nella soluzione del mistero, invece è proprio a questo punto che si infittisce perché il cranio rinvenuto risulta appartenere a una donna thailandese morta durante uno tsunami ben dodici anni prima. Il suo corpo è stato trovato e cremato in quella circostanza, per cui è impossibile che adesso si ritrovi da un’altra parte e che a causarne la morte sia stato uno proiettile.
È appunto come se la vittima fosse morta due volte, in luoghi, tempi e circostanze diverse. Ma quale sarà la verità?
Il caso ideato da Persson è di sicuro molto originale e stuzzica immediatamente la curiosità. Questo è il maggior punto di forza del romanzo, che pur ricalcando lo schema tipico del thriller, senza osare innovazioni, riesce a stupirci con un delitto sopra le righe, all’apparenza così assurdo da sfidare le leggi della razionalità.  Personalmente l’ho apprezzato molto per questo, tuttavia non è riuscito a conquistarmi, in parte per il ritmo lento che privilegiando analisi ed elucubrazioni rispetto all’azione, spesso rallenta la lettura, ma soprattutto per il suo particolarissimo protagonista che, proprio in virtù delle sue peculiarità, può   funzionare come un’arma a doppio taglio.
Bäckström non è un poliziotto convenzionale; pur rappresentando la legge, è tutt’altro che integerrimo, è un corrotto, un bevitore, un consumatore di sesso a pagamento, oltre a essere cinico, presuntuoso e assolutamente privo di scrupoli. Insomma, ha tutte le caratteristiche che nella realtà definirebbero una brutta persona. Ciò le rende un personaggio libero dai cliché, a suo modo ribelle, e per molti lettori potrebbe costituire un elemento di fascino. Io, purtroppo, l’ho trovato così odioso e sgradevole come uomo che non sono riuscita a empatizzare con lui e doverci convivere nello spazio di un romanzo lungo circa cinquecento pagine mi ha creato qualche problema. Di sicuro ha condizionato negativamente  – almeno in parte – la mia esperienza di lettura, impedendomi di appassionarmi totalmente alla storia.
Se il caso è sorprendente, altrettanto non può dirsi per la sua soluzione, una volta appurata l’identità della vittima, quella dell’assassino viene svelata con facilità ed è abbastanza scontata, ma ciò non toglie mordente all’investigazione perché occorre raccogliere le prove della sua colpevolezza e riuscirci dopo tanti anni non è per niente facile. Da questo punto di vista Bäckström e la sua squadra si dimostreranno abili e coesi, sfoderando abilità investigative degne di nota.
Un thriller interessante nel complesso sebbene non mi abbia entusiasmata.

sabato 17 novembre 2018

Recensione: Leggere Stephen King a cura di Brian J. Freeman

Titolo: Leggere Stephen King
A cura di Brian J. Freeman
Illustrazione di copertina di Cristiano Siqueira
Illustrazioni interne di Stefano Cardoselli
Editore: Independent Legions Publishing
Pagine: circa 200
Prezzo: 22,00
Edizione collection a tiratura  limitata (600 copie numerate)

Descrizione:
Edizione italiana del saggio 'Reading Stephen King' (edito nel 2017 in lingua inglese da Cemetery Dance) a cura di Brian J. Freeman, contenente mini-saggi, dedicati alle opere kinghiane, di grandi autori, saggisti e registi cinematografici, tra i quali: Clive Barker, Jack Ketchum, Richard Chizmar, Rocky Wood, Bev Vincent, Frank Darabont, Mick Garris, Kevin Quigley, Justin Brooks, Michael R. Colling; Jay Franco e altri.

La recensione di Miriam:
Scrittore straordinariamente prolifico, da oltre quattro decenni, Stephen King continua a conquistare il grande pubblico con le sue opere, registrando vendite da capogiro. Che sia amato da un numero impressionante di lettori è innegabile, ma qual è il segreto di un simile successo? Come e perché ci si innamora dei suoi libri?
Alcuni suoi fan d’eccezione, scrittori, sceneggiatori, saggisti che alla produzione del Re hanno dedicato numerosi studi ce lo raccontano attraverso una carrellata di saggi che, in modo assai variegato e soffermandosi ciascuno su aspetti diversi, ci forniscono un’idea di quel che può significare leggere Stephen King. A emergere da questi scritti non sono solo i tratti distintivi dell’autore e della sua opera, ma spesso anche elementi caratteristici del suo Fedele Lettore, peculiarità, atteggiamenti, aspettative, sentimenti in cui, se rientrate nella categoria, potrete facilmente riconoscervi. In alcuni casi l’attenzione si focalizza su aspetti più esteriori, regalandoci una serie di curiosità, aneddoti e informazioni che riguardano il collezionista kinghiano. Justin Brooks, per esempio, ci mostra come, vista la considerevole mole di titoli, di edizioni differenti, di testi che esulano dalla narrativa e di inediti esistenti in circolazione, si possono distinguere diversi tipi di collezioni. Decidere di diventare collezionisti di King comporta pertanto, in primis una scelta (cosa effettivamente collezionare) e poi implica la discesa in una vera e propria tana del coniglio, ovvero l’esplorazione di un autentico labirinto fatto di edizioni e riedizioni, di scritti ufficiali e altri mai venuti alla luce (la cui quantità, peraltro, vi sorprenderà). Su quest’ultimo aspetto si sofferma in maniera più approfondita Rocky Wood, proponendoci un’interessante panoramica, insieme al alcuni assaggi concreti molto ghiotti, delle opere perdute del re – un saggio, questo, che potrà stupire anche chi erroneamente crede di aver letto tutto del suo autore preferito, oltre a regalargli una sbirciatina su quel che appare come un vero tesoro sepolto. Sul tema del collezionismo, e soprattutto su alcune difficoltà di reperibilità dei libri di King al di fuori dei confini americani, si sofferma Hans-Ake Lilja che ci racconta avventure e disavventure di un fan svedese.
Nell’ambito del collezionismo e delle curiosità, si colloca in qualche modo, anche Frank Darabont con la sua Introduzione a Knowing Darkness: Artists Inspired by Stephen King, in cui si sofferma sulle numerose illustrazioni scaturite dalla produzione Kinghiana, mettendo in evidenza come il mondo immaginifico dell’autore sia stato, e sia tuttora, di ispirazione anche per artisti che si esprimono in campi diversi dalla scrittura. Il discorso si può poi estendere alla cinematografia, viste le molteplici trasposizioni di romanzi e racconti, tema affrontato, per esempio, da Mik Garris, che tra l’altro ci racconta del suo progetto, mai portato a termine, di realizzare una serie TV tratta da Il talismano. E si può allargare ancora, basti pensare allo Stephen King Library Desk Calendar, che raccoglie illustrazioni, testi narrativi, saggi, tutti dedicati all’autore, della cui genesi ci racconta in maniera dettagliata Jay Franco, suo curatore e coautore per un quinquennio.
Altri contributi, pur rimanendo incentrati sul lettore, assumono un tono più intimistico, descrivendoci il particolare legame che si  può instaurare, per diverse ragioni, con i lavori di King. Ecco allora che Stewart O’Nan ci parla del modo in cui determinati libri hanno accompagnato precisi momenti della sua vita, ragion per cui rileggerli a distanza di tempo significa rievocare e riattualizzare ricordi ed emozioni. Stephen Spignesi ci parla invece della telepatia che King riesce a creare fra scrittore e lettore per cui le sue storie sembrano fluire nella mente di chi le legge, al di là delle parole, connotandosi come autentica magia portatile – e proprio questo dal suo punto di vista può essere uno dei segreti che ne decretano il successo. Richar Chizmar approfondisce invece l’impatto che i personaggi kinghiani hanno sul lettore, riferendoci che nella sua esperienza molti di essi si sono impressi nel suo immaginario al pari, e forse più, di persone reali, tanto che, a distanza di anni, ritrovarli nel corso di riletture, è un po’ come rincontrare vecchi amici.
Decisamente più personale, il sentito intervento di Clive Barker che nel suo Discorso per la consegna a Stephen King del Premio alla Carriera della Canadian Booksellers Association, ci rivela cosa King ha significato per il suo percorso di scrittore.
Dal lettore ci si sposta più verso l’autore, entrando in maniera più diretta nel merito dei suoi scritti, con saggi che si prefiggono di analizzare alcuni temi ricorrenti – si veda il saggio di Kevin Quingley che si concentra sul tema dell’amore, dell’infanzia e dell’inferno inteso come ripetizione; l’approfondita recensione di Buik 8 firmata da Jack Ketchum; l’analisi del ruolo di Dio in Desperation di Billy Chizmar; la full immersion (preziosa per i fan della saga) nella Torre Nera propostaci da Robin Furth, che indaga in maniera mirabile il tema dei multiversi  e l’impianto filosofico-religioso che sottende; il filo che unisce King e mistery e che attraversa parte della sua produzione, messo in luce da Bev Vincent.
Saltando da un saggio all’altro, cambiano gli argomenti, i centri di interesse, i toni; si passa da testi più leggeri, ricchi di aneddoti e curiosità ad altri più impegnati che vertono sulla critica letteraria – e questo è uno dei punti di forza della raccolta che, essendo così articolata, ci offre un’esperienza di lettura varia, in grado di alternare momenti più frivoli ad altri di maggiore impegno.
Un interrogativo, spesso implicito, in alcuni casi esplicito, sembra tuttavia attraversare l’intero volume come una sorta di fil rouge: i libri di Stephen King sono semplice merce di intrattenimento per le masse, come alcuni tra i più feroci detrattori sostengono, oppure sono testi di Letteratura? La chiave del suo successo e la portata delle sue opere si riducono a una questione di mero diletto per chi legge o c’è di più?
La risposta – univoca in questo caso – scaturisce in vario modo e in varia misura un po’ da tutti i contributi; due saggi in particolare, quello di Tony Magistrale e quello di Michael R. Collings, tuttavia, affrontano la questione di petto. Scandagliando diverse opere, i due autori ne mettono in luce lo spessore, mostrandoci come King riesca a trasformare la lettura in esperienza della storia, a coniugare la capacità di intrattenere (che comunque non va sottovalutata) con una profonda comprensione della natura umana, l’abilità di forgiare una trama che cattura l’attenzione sin da subito, e che spesso fa leva sul sentimento ancestrale della paura, con riflessioni di carattere etico; ma non è tutto. Come Tony Magistrale afferma “simile all’impatto che crearono, e che ancora sono in grado di esercitare i Beatles, o  Steve Jobs con la visionaria proliferazione di tecnologie informatiche Apple, Stephen King è quel raro accadimento la cui arte ha riflesso – e allo stesso tempo ha inimitabilmente forgiato – la cultura di massa di cui fa parte”. 









giovedì 8 novembre 2018

Review Party: Inquisizione Michelangelo di Matteo Strukul

Buongiorno cari follwer,
oggi vi proponiamo un nuovo Review Party per parlarvi di Inquisizione Michelangelo, il nuovo romanzo di Matteo Strukul, autore della saga bestseller I Medici, che fa rivivere uno degli artisti più affascinanti di sempre.

Titolo: Inquisizione Michelangelo
Autore: Matteo Strukul
Editore: Newton Compton
Pagine: 384
Prezzo ebook: 5,99
Prezzo cartaceo: 9,00

Descrizione:

Roma, autunno 1542. All’età di sessantasette anni, Michelangelo è richiamato ai suoi doveri: deve completare la tomba di Giulio II, opera ambiziosa ma rinviata per quasi quarant’anni. Guidobaldo II, erede dei Della Rovere, non accetterà altre scuse da parte dell’artista. Ma Michelangelo si trova nel mirino dell’Inquisizione: la sua amicizia con la bellissima Vittoria Colonna non è passata inosservata. Anzi, il cardinale Gian Pietro Carafa, capo del Sant’Uffizio, ha ordinato di far seguire la donna, con lo scopo di individuare il luogo in cui si riunisce la setta degli Spirituali, capeggiata da Reginald Pole, che propugna il ritorno alla purezza evangelica in una città in cui la vendita delle indulgenze è all’ordine del giorno. Proprio la Roma divorata dal vizio e violata dai Lanzichenecchi sarà il teatro crudele e magnifico in cui si intrecceranno le vite di Malasorte, giovane ladra incaricata di spiare gli Spirituali, di Vittorio Corsini, Capitano dei birri della città, di Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, e dello stesso Michelangelo Buonarroti, artista tra i più geniali del suo tempo. Tormentato dai committenti, braccato dagli inquisitori, il più grande interprete della cristianità concepirà la versione finale della tomba di Giulio II in un modo che potrebbe addirittura condannarlo al rogo…

La recensione di Miriam:

Michelangelo è sicuramente uno degli artisti più affascinanti, ma anche più noti, della storia dell’arte italiana. Nel suo romanzo, Matteo Strukul ne tratteggia un ritratto insolito, relativo agli anni della sua maturità, quelli caratterizzati da un ripensamento della fede e dell’arte, influenzato dal suo avvicinamento al circolo degli Spirituali. Sono gli anni che lo vedono impegnato a completare la tomba di Giulio II, lavoro iniziato, interrotto, procrastinato per circa quarant’anni, e addolciti dall’intensa amicizia con la marchesa di Pescara Vittoria Colonna. È Proprio questa frequentazione a farlo finire nel mirino dell’Inquisizione. La nobildonna, infatti, intrattiene rapporti con il cardinale Reginald Pole, simpatizzante della dottrina luterana, sospettato di eresia, di cui sembra condividere il pensiero. È un periodo delicato per la Chiesa di Roma che sente la sua egemonia  fortemente minacciata dal dilagare del protestantesimo, e il cardinale inquisitore Gianpietro Carafa è determinato a contrastarlo con ogni mezzo. Se un artista in vista, apprezzato e vicino al Papa come Michelangelo si lasciasse sedurre dalle teorie di Lutero, il cattolicesimo ne risulterebbe indebolito ed è al fine di scongiurare questa eventualità che il religioso decide di tenerlo sotto controllo. Allo scopo si rivolge al capitano dei Birri, Vittorio Corsini, che non esita a sguinzagliare delle spie per la città. È così che la cortigiana Imperia e la giovane Malasorte – il cui stesso nome suona come una triste profezia – finisco al centro di una tresca che diverrà via via più complessa fino ad avere dei risvolti davvero inaspettati.
Il plot si configura come una vera e propria spy story d’epoca che, snodandosi sullo sfondo di una Roma corrotta e segnata dal Sacco dei Lanzichenecchi, ci fa rivivere una pagina controversa della storia delle Chiesa e, nel contempo, un periodo particolarmente tormentato della vita di Michelangelo.
Mentre le oscure trame ordite da Carafa stuzzicano la nostra curiosità spingendoci a procedere a passo spedito nella lettura, assistiamo alla realizzazione di opere d’arte immortali come il Mosè e gli affreschi della Cappella Sistina.
L’autore riesce a rendere con efficacia l’animo tormentato dell’artista e le riflessioni di carattere religioso che sottendono il suo lavoro, ma nello stesso tempo ci fornisce un ritratto dell’uomo che si cela dietro la facciata ufficiale, del suo carattere burbero me non meno della dolcezza e della lealtà che traspaiono nei suoi legami d’amicizia. Tenera, a tratti struggente, è quella che lo unisce a Vittoria Corsini, ma altrettanto forte e coinvolgente sarà quella che lo avvicinerà a Malasorte, la donna incaricata di spiarlo.
Quest’ultima è un personaggio chiave dell’intera vicenda, nonché una delle figure più carismatiche nelle quali ci imbattiamo. Figlia della strada, addestrata a rubare e compiacere gli uomini per sopravvivere, dotata di una bellezza che all’occorrenza può essere usata come arma, Malasorte ha i requisiti perfetti per ingannare, manipolare, tradire. Eppure finirà per essere solo una pedina in un gioco più grande di lei, una vittima mascherata da carnefice, nulla più che un agnello sacrificale nelle mani di una Chiesa divorata dal vizio, disposta a tutto pur di preservare il suo potere.
La storia narrata è triste, lascia l’amaro in bocca, segnando il trionfo dell’ipocrisia sulla purezza di intenti e sentimenti, mostrandoci, per l’ennesima volta, il lato più oscuro dell’istituzione religiosa, ma nondimeno è una storia di speranza e ribellione, veicolata proprio dall’arte. Michelangelo non è di certo un guerriero, non può contrastare con la forza i potenti, ma può servirsi di scalpello e pennello per esprimere il suo dissenso, riversando nelle opere prodotte in quegli anni il suo anelito a quel ritorno alle origini professato dagli Spirituali in cui la fede in  Dio si riafferma come rapporto diretto e che non ha bisogno di mediazioni.




lunedì 5 novembre 2018

Recensione: Il dottor Nabokov e la bicicletta alata

Titolo: Il dottor Nabokov e la bicicletta alata
Autrice: Claudia Perfetti
Editore: bookabook
Pagine: 218
Prezzo ebook: 5,99
Prezzo cartaceo: 14,00

Descrizione:
A Jean Paul Sartre, filosofo tormentato, viene recapitato un oggetto misterioso. Nel tentativo di scoprire di cosa si tratta, si rivolge al dottor Benjamin Nabokov, professore e inventore di cui ha sentito parlare. I due, insieme a Nina, una studentessa del professore con il dono straordinario di vedere le cose del "mondo invisibile", iniziano a indagare, consapevoli di dover andare oltre la realtà per capire da dove viene l'oggetto misterioso e cosa significano le visioni di Nina. E se la scienza non si limitasse a spiegare i fenomeni visibili? E se la filosofia riuscisse a ergersi oltre le cose del mondo? Il dottor Nabokov, Sartre e Nina uniranno le loro forze per scoprire che quell'universo misterioso esiste davvero, oltre l'essere, oltre il nulla.

La recensione di Miriam:
L’essere si esaurisce in ciò che percepiamo (il fenomeno dell’essere) oppure esiste altro, una verità (l’essere del fenomeno) oltre le cose? In sintesi, esiste una realtà transfenomenica?
Questo interrogativo, all’origine del saggio L'essere e il nulla di Jean Paul Sartre, fornisce l’input e rappresenta il filo conduttore del libro di Claudia Perfetti, che si propone come una sorta di allegoria di questa ricerca.
Tutto comincia quando Benjamin Nabokov, professore di matematica e scienze, riceve la strana visita di un uomo che pare venuto da un’epoca passata – un filosofo di nome Jean Paul Sartre – che gli chiede aiuto affinché lo aiuti a capire cosa sia un misterioso oggetto che gli hanno recapitato.
È l’inizio di una ricerca in cui viene coinvolta anche Nina, allieva del professore, nonché ragazzina dotata di fervida immaginazione. Nina è immersa nel mondo reale, nella sua vita a San Pietroburgo, eppure vede cose invisibili agli altri; la sua percezione del mondo che la circonda sembra subire continue interferenze di una realtà altra. Dono o follia? Di certo, la sua attitudine può rivelarsi molto utile nelle indagini che coinvolgono i due uomini.
Il romanzo si apre così, come un giallo. In cosa consiste l’oggetto ricevuto in dono da Sartre? A cosa serve, chi glielo ha recapitato e perché? Sono questi i misteri da svelare, o meglio lo sono all’apparenza, perché man mano che arriveranno le risposte si dischiuderà un modo di significati e metafore che finirà per ricondurci alla quest filosofica di cui accennavo all’inizio.
Andando avanti, il giallo sfocia nel fantasy, perché ben presto ci ritroviamo catapultati in un universo parallelo popolato dai Minimali. Si tratta di un mondo governato dal perfido imperatore Nabokov (una versione alternativa del professore) che, per esercitare il totale controllo sui suoi sudditi, ha cancellato la filosofia. Proprio a causa di questa perdita, il suo regno rischia ora di andare distrutto. L’unico modo per salvarlo è riportarvela e, per farlo, occorre riportare a casa un certo bambino, finito nel mondo parallelo in cui vive Nina. A farsi carico della missione è un gruppetto di ribelli che, allo scopo, getterà dunque un ponte fra le due dimensioni.
Come si può facilmente intuire da questi accenni di trama, la carne al fuoco è tantissima. L’essere e il nulla, la teoria dei mondi paralleli, il potere dell’immaginazione, l’importanza della libertà… sono alcuni dei temi che fanno capolino fra le pagine. Argomenti innegabilmente pregni di fascino, ma così vasti e complessi che, forse, costituiscono un carico eccessivo per un volume che conta poco più di duecento pagine (considerando anche i margini molto ampi, le pagine bianche fra la fine e l’inizio dei vari capitoli, l’interlinea larga). Il rischio è di sentirsi frastornati dalla mole di informazioni che finiscono per soverchiare lo stesso plot.
Personalmente sono stata rapita e completamente conquistata dall’idea alla base del romanzo – l’ho trovata geniale – e dagli spunti di riflessione che offre, ma non posso dire di essermi sentita coinvolta nelle vicende narrate né di essermi sentita trascinata davvero nel mondo parallelo descritto. L’autrice spiega, spiega tanto e lo fa anche bene, ma non riesce a mostrare. Ci riferisce di un mondo privo di filosofia, stuzzicando la nostra curiosità, ma non ce lo fa vedere, non ce lo fa sentire. Introduce un’interessante carrellata di personaggi, ma non li caratterizza abbastanza da  renderli vivi e farci affezionare a loro. La narrazione procede piatta, informando senza emozionare. Penso che la stessa storia resa con tecnica e stile diversi avrebbe reso di più, fermo restando che è una storia molto interessante e che merita di essere letta per i suoi contenuti e per l’originalità.





lunedì 29 ottobre 2018

Recensione in anteprima: Josh Ewan

Titolo: Josh Ewan
Autore: Vito Ricco
Editore: Les Flâneurs
Prezzo: 15,00
Data di pubblicazione: 31 ottobre
Disponibile in preorder qui

Descrizione:
Storia della rockstar che parlava con gli spiriti – New York, anni Duemila. Josh Ewan, rockstar decaduta, ha appena pubblicato un album dopo molti anni di silenzio, ma si rifiuta di promuoverlo con un tour. La ragione è presto detta: quelle canzoni le ha scritte tutte da solo, senza l’aiuto degli spiriti, e il risultato è pessimo. Nel tentativo di far rassegnare il suo nuovo agente all’idea, il cantante si produce in un lungo monologo a puntate. Racconta della sua adolescenza a Minneapolis, dell’incontro con la chitarra e con l’amore, del rapporto con la morte e del viaggio verso il successo. Soprattutto, della scoperta di quel dono paranormale che gli consente di diventare una leggenda vivente ma che in cambio pretende il suo tributo.

Insieme ghost story e romanzo di formazione, la vita di Josh Ewan è una lenta discesa in una spirale di violenza e assuefazione, che mostra come l’animo umano possa corrompersi e come ogni cosa abbia un prezzo. 

La recensione di Miriam:
Dopo dieci anni di silenzio, Josh Ewan, acclamata rockstar degli anni Duemila, si accinge a tornare in scena. L’evento suscita un grande clamore e un forte senso di aspettativa, il pubblico è in fibrillazione, tuttavia il successo non è quello sperato. Il nuovo album non è all’altezza dei precedenti, i brani sono così diversi, così immaturi rispetto agli altri che… sembrano scritti da un’altra persona. E il punto è proprio questo: Josh non può offrire ai fan quello che si aspettano perché la musica che li ha fatti sognare un tempo non è farina del suo sacco. Non è stato lui a comporre le canzoni che hanno scalato le classifiche di tutto il mondo, ma qualcun altro dotato di un talento che gli manca.
Un grande imbroglio, certo, ma risolvere il problema non dovrebbe essere complicato: basterebbe ingaggiare ancora il vecchio autore per replicare la magia. Purtroppo, non è così facile perché a scrivere gli album di Ewan non sono stati esseri umani ma spiriti e per farlo hanno richiesto un prezzo altissimo, un prezzo che non è sicuro di voler continuare a pagare.
L’idea alla base del romanzo non è originalissima ma indubbiamente carica di un fascino intramontabile. Quasi un Dorian Gray in salsa rock, Josh Ewan ci offre una rivisitazione del tradizionale patto col diavolo. Nel caso specifico si parla di spiriti (maligni) e l’oggetto del desiderio non è l’eterna giovinezza ma il successo, il meccanismo di fondo però rimane lo stesso. Il protagonista brama qualcosa di irraggiungibile con le sue sole forze e un’entità sovrannaturale gliela concede in cambio di un tributo tanto esoso che rischia di mettere in discussione la convenienza dello stesso accordo. Non entrerò nei dettagli per lasciarvi il piacere della scoperta, vi basti sapere qui che il prezzo per Josh sarà la solitudine, e questo, a mio avviso, è uno dei risvolti più interessanti della storia.
Pur confezionando una trama che percorre un sentiero già battuto, sviluppandosi in maniera abbastanza prevedibile, l’autore se ne serve per offrirci spunti di riflessione nuovi.
A metà fra ghost story e romanzo di formazione, Josh Ewan ci intriga con atmosfere e suggestioni dal sapore paranormale e nello stesso tempo ci propone un’immersione nell’animo umano a caccia di debolezze e tentazioni. L’esperienza del protagonista si configura come metafora dark della ricerca spasmodica del successo facile. Josh incarna la brama di arrivare all’apice servendosi di scorciatoie, ma anche la voglia di essere qualcosa di diverso da sé, di impersonare un modello socialmente appetibile, pur non possedendone le qualità. Probabilmente, lui non è tagliato per la musica, non è questo il suo talento naturale, e nonostante ciò si ostina a essere una rockstar.
D’altro canto, il particolare tributo che gli viene richiesto mette in evidenza il risvolto della medaglia del successo stesso, a prescindere dal modo in cui Ewan lo ha ottenuto. Spesso la solitudine è proprio lo scotto che pagano le star, amate da un pubblico vastissimo per ciò che rappresentano ma  condannate all’isolamento nella sfera privata.
Il racconto in prima persona – il romanzo si snoda come una lunga confessione fatta da Josh al suo manager attuale – ci consente di entrare nella mente del protagonista e di seguirne dall’interno la parabola discendente, condividendone le gioie effimere, le ansie, la paura, fino al senso di sconfitta che inevitabilmente lo ghermisce nel finale e ha su di noi l’effetto di un monito: sebbene non sempre le apprezziamo e spesso le diamo per scontate, alcune cose, come gli affetti, hanno un valore inestimabile e non c’è desiderio per cui valga la pena barattarle.


venerdì 19 ottobre 2018

Anteprima: Datura. Una storia di famiglie, di vendetta e di bugie di Jaden Serrano

Titolo: Datura. Una storia di famiglie, di vendetta e di bugie
Autore: Jaden Serrano
Editore: selfpublishing
Pagine: 297
Prezzo eBook: 2,99
Prezzo cartaceo: 5,99

Descrizione:
Stati Uniti, Texas, dicembre 1998. Philip J. Bradshaw viene giustiziato nel carcere di Huntsville per l’omicidio di due ragazzi, avvenuti la notte di Halloween del 1985 nella cittadina di Monroe. Le sue ultime parole sono: “Io non sono Philip J. Bradshaw e voi non potete più fermare questa condanna”.
Jaden Serrano, ex galeotto e medium ciarlatano, è l’unico amico che abbia avuto negli anni di reclusione. Spinto da una promessa fattagli negli anni di carcere, ripercorre i luoghi e la storia di Philip, dall'incidente in cui rimase sfigurato alla notte in cui uccise i due ragazzi, scoprendo a poco a poco una verità sempre più scomoda sulle famiglie di Monroe e sulla vera identità del suo amico sfigurato.