martedì 17 luglio 2018

Recensione: L'unico ricordo di Flora Banks

Titolo: L'unico ricordo di Flora Banks
Autrice: Emily Barr
Editore: Salani
Pagine: 304
Prezzo: 15,90

Descrizione:
Tutti ricordano per sempre il primo bacio. Flora non ricorda nient’altro.
Flora Banks, diciassette anni, non ha la memoria a breve termine. I suoi ricordi si sono fermati a quando aveva dieci anni: da allora, dopo che una malattia le ha colpito il cervello, deve continuamente fissare i momenti che vive, scrivendoli su un quaderno, su post-it, oppure direttamente sulle mani e sulle braccia. Quello che sa di sé è che mamma e papà le vogliono bene, così come Jacob, il suo adorato fratello maggiore, e che Paige è la sua migliore amica, quella che si prende cura di lei nel difficile mondo esterno. Ma una sera, durante una festa, Drake, il ragazzo di Paige, la bacia sulla spiaggia e stranamente questo ricordo non svanisce come gli altri. Flora ricorda il bacio, ricorda le parole di Drake, ricorda ogni singolo istante di quell’episodio. Possibile che Drake sia l’artefice del miracolo? Peccato però che il ragazzo sia partito per studiare in Norvegia… Flora non ha dubbi: deve raggiungerlo, solo così potrà capire veramente chi è e cominciare a vivere davvero. Ma come può fidarsi degli altri se non può fidarsi nemmeno di se stessa?

La recensione di Miriam:
Immaginate di non poter fare affidamento sulla vostra memoria, se non a brevissimo termine. Due ore sono l’intervallo massimo che vi è concesso per ricordare, quello che avete fatto, visto sentito, dopo di che la vostra mente diventa una tabula rasa, un grande foglio bianco su cui restano stagliate solo le memorie legate a un passato remoto… alla vostra infanzia.
Sembra impossibile vivere così, eppure, Flora Banks ci prova con tutte le sue forze. Questa condizione bizzarra, quasi da romanzo o film di fantascienza, per lei è la normalità da quando, all’età di dieci anni, in seguito a un intervento al cervello, subito per bloccare una rara malattia, ha cominciato a soffrire di amnesia anterograda.
Flora ricorda tutto ciò che è accaduto nella sua vita fino al giorno dell’operazione, poi la sua esistenza si riduce a una storia da riscrivere ex novo ogni mattina, una storia che si protrae così ormai da sette anni. Una serie di appunti da rileggere ogni giorno per ritrovare le coordinate, post-it, scritte sulla pelle sono alcuni dei mille mezzi di fortuna cui deve ricorrere per non perdersi.
In questo marasma di ricordi che vanno e vengono, di flash da fissare perché non svaniscano del tutto, c’è però qualcosa che si fissa nella sua mente: un bacio sulla spiaggia, il suo primo bacio.
Una sera, al termine di una festa, Drake bacia Flora e quel ricordo rimane scolpito in maniera indelebile nella sua memoria. Da quel momento qualcosa cambia: la ragazza si aggrappa a quel bacio e al ragazzo che le ha permesso di sentirsi di nuovo normale e veramente viva dopo tanto tempo, al punto che quando lui parte per andare a studiare alle Svalbard, lei non accetta il distacco e decide di fare di tutto per raggiungerlo…
Se avete letto Il diario di London Lane di Cat Patrick, probabilmente l’incipit di questo romanzo vi provocherà una sensazione di déjà-vu, almeno per me è stato così, perché vi sono diversi punti in comune fra le due storie. Nonostante ciò, non si tratta di trame perfettamente sovrapponibili e L’unico ricordo di Flora Banks riesce a ritagliarsi comunque una fetta di originalità. Unico, di sicuro, è il viaggio – fisico e interiore – che la protagonista compirà spinta dal desiderio di ritrovare il suo principe azzurro.
Sebbene vi siano tutte le premesse per un romance in salsa YA, Emily Barr riesce a sorprenderci, confezionando un’opera che non si riduce a questo, anzi si discosta parecchio da un binario così scontato per esplorare ben altri sentieri. Il tema dell’amore ha una sua centralità nella vicenda narrata – e non avrebbe potuto essere altrimenti, considerando che Flora è un’adolescente e l’amore alla sua età è un po’ il motore che muove il mondo –, tuttavia non è il solo tema affrontato.
Partendo da una situazione assolutamente fuori dall’ordinario, l’autrice ricostruisce un percorso di crescita personale, mostrandoci da un lato il coraggio di una ragazza che non si lascia sopraffare dal suo handicap ma lo cavalca affrontando la vita con il sorriso, dall’altro i danni che possono essere causati da genitori iperprotettivi. Quelli di Flora l’hanno rinchiusa in una campana di vetro da quando si è ammalata, lo hanno fatto allo scopo di proteggerla, per eccesso di amore, ma in questo modo hanno finito per tarparle le ali, impedendole di vivere davvero. Il viaggio di Flora rappresenta un atto di ribellione, è il modo insolito, avventuroso, toccante in cui lei si riappropria della sua esistenza e della propria libertà. Impresa questa che la condurrà anche a riscoprire e apprezzare il grande valore della vera amicizia.
Sebbene alcuni passi risultino un po’ ripetitivi, giacché ogni volta che la protagonista rilegge i suoi appunti per ricordarsi chi è e cosa ha fatto, vengono riproposti anche a noi, la storia risulta avvincente e soprattutto coinvolgente sul piano emotivo. Strutturata come fosse un giallo innesca una forte curiosità di scoprire cosa accadrà e come si risolverà il tutto, tanto da spingerci a proseguire senza sosta nella lettura.
Un mistery insolito e commovente, in grado di esplorare con delicatezza il momento del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, puntando i riflettori sull’importanza di accettarsi per quel che si è e di trasformare in punti di forza le proprie debolezze.






mercoledì 11 luglio 2018

Review Party: L'uomo sbagliato di Salvo Toscano

Buongiorno cari follower,
nuovo Review Party oggi per festeggiare l'uscita de L'Uomo sbagliato di Salvo Toscano (Newton Compton), un giallo tutto italiano che vede tornare in pista i fratelli Corsaro.

Titolo: L'uomo sbagliato
Autore: Salvo Toscano
Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo ebook: 3,99
Prezzo cartaceo: 9,90

Descrizione:
Palermo. Cosimo Pandolfo è in galera da anni per l’omicidio di Giovanni Cannizzaro. Alla base del delitto, una banale questione di vicinato. Però Pandolfo, uomo violento e dedito all’alcol, si è sempre dichiarato innocente. Solo il figlio Filippo gli crede. E quando una testimone in punto di morte gli racconta una verità rimasta nascosta, che potrebbe scagionare il padre, il ragazzo si rivolge ai fratelli Roberto e Fabrizio Corsaro, noti per la loro abilità nel risolvere i casi più difficili. Avvocato il primo, giornalista il secondo, indagheranno seguendo piste diverse e arriveranno a scoperchiare un calderone di segreti, inganni e brutali violenze, che porta fino all’Iraq e agli orrori della guerra. La vittima, infatti, ha trascorsi da mercenario, sui quali aleggia l’inquietante spettro di un’organizzazione internazionale che dalla Sicilia muove i suoi fili nelle zone di guerra. Roberto e Fabrizio sfideranno un avversario pericoloso e senza scrupoli. Mettendo a rischio la loro stessa vita.

La recensione di Miriam:
Un nuovo caso vede scendere in campo i fratelli Corsaro. Questa volta la sfida consiste nel tirare fuori dal carcere un presunto innocente. È lui l’uomo sbagliato, si chiama Cosimo Pandolfo ed è stato condannato a trent’anni di detenzione per un omicidio che assicura di non aver commesso. I giudici non hanno dubbi sulla sua colpevolezza, ma il figlio Filippo non è dello stesso parere. Sebbene suo padre sia un uomo violento e alcolizzato, è un tipo dal fisico minuto e ritiene improbabile che possa aver sopraffatto un colosso come Giovanni Cannizzaro – questo il nome della vittima – istruttore di arti marziali ed ex mercenario in Iraq. I suoi dubbi si trasformano in certezza quando, parlando con una testimone, apprende qualcosa di nuovo, un’informazione mai emersa durante le indagini e che potrebbe cambiare le carte in tavola. Si rivolge allora a Fabrizio Corsaro, affinché scriva un articolo in proposito che possa aiutarlo a far riaprire il caso. Il giornalista non solo accetta, ma coinvolge il fratello Roberto nella vicenda perché si faccia carico della difesa.
Ovviamente, per riuscire nell’impresa occorrono prove, è necessario indagare a partire dalla nuova pista e tentare di scoprire l’identità del vero assassino, ed è esattamente quello che i due prodi fratelli fanno avviando delle ricerche in parallelo.
Il romanzo si sviluppa alternando capitoli narrati dal POV di Fabrizio e Roberto, consentendoci di seguire le due linee investigative alla ricerca della verità.
Quello che inizialmente sembra il tragico epilogo di una banale lite fra vicini di casa, gradualmente si trasforma in un omicidio ben più complesso, che rimanda ai particolari trascorsi di Cannizzaro e al periodo vissuto in medio oriente. Il mistero della sua morte, infatti, si annida proprio fra le pieghe di qualcosa che è accaduto là. Il giallo sapientemente imbastito da Salvo Toscano ci rimanda dunque agli orrori della guerra, agli oscuri segreti che si celano dietro l’attività dei contractors, alle violenze perpetrate dai soldati sui civili, soprattutto sulle donne. Tematiche che scuotono e danno anche da riflettere, insieme a quella della fallibilità della giustizia che, a volte, non si dimostra tale, finendo per colpire persone innocenti.
Da questo punto di vista, Cosimo Pandolfo rappresenta un po’ il capro espiatorio ideale, trattandosi di un tipo dalla condotta tutt’altro che irreprensibile, un uomo che suscita sentimenti negativi e non si fatica a identificare come reo, anche di crimini che non ha commesso.  
La storia che gradualmente prende forma è a tinte forti e alza il sipario su una realtà agghiacciante; il ritmo narrativo è incalzante al punto da proiettarci in una lettura senza respiro, sostenuta da uno stile diretto, tagliente, all’occorrenza ironico.
Mentre la trama incentrata sul caso giudiziario si sviluppa, i ritratti dei due fratelli Corsaro si arricchiscono di nuovi dettagli che ci aiutano a conoscerli meglio e a rimanere aggiornati sull’evoluzione dei loro percorsi personali. Nei momenti di pausa dalle indagini li ritroviamo immersi nei loro problemi personali: vediamo Fabrizio, sempre alle prese con la sua depressione, dover fronteggiare ora l’emergenza di uno sfratto inatteso e la ricerca di una nuova casa, mentre Roberto si impegna per ricucire il rapporto con la moglie e metabolizzare il lutto causato dalla perdita dell’amica Valeria. Sono dettagli, piccoli scampoli di vita quotidiana che restituiscono i due protagonisti, determinati, forti vincenti sul piano professionale, a una dimensione più umana in cui si annidano anche i loro difetti, le debolezze, le paure.


 







mercoledì 4 luglio 2018

Review Party: Il giallo di Montelepre di Gavino Zucca


Il secondo Review Party che vi proponiamo oggi è dedicato a Il giallo di Montelepre di Gavino Zucca (Newton Compton), proseguono le indagini del tenente Giorgio Roversi che ci trascinano in una Sardegna misteriosa.

Titolo: Il giallo di Montelepre
Autore: Gavino Zucca
Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo ebook: 3,99
Prezzo cartaceo: 10,00

Descrizione:
Sassari, 1961. È la settimana prima di Natale quando un barbone molto noto in città viene trovato morto in una piazza del centro storico. I sospetti ricadono subito su un altro mendicante, di cui si perdono immediatamente le tracce. Il caso si presenta all’apparenza molto semplice: qualcuno ha visto il presunto omicida che sottraeva qualcosa dalle tasche della vittima. Ma il tenente dei carabinieri, Giorgio Roversi, bolognese DOC trasferito in Sardegna per motivi disciplinari, non ne è del tutto convinto. Seguendo gli indizi disseminati ovunque, e con l’aiuto di Luigi Gualandi, ex ufficiale veterinario dell’Arma, il tenente scoprirà che la verità affonda le proprie radici in storie del passato, antiche e ormai dimenticate… Quando anche un secondo cadavere viene rinvenuto, Roversi ha davvero poco tempo per agire: dovrà risolvere il caso al più presto, prima che l’assassino riesca a farla franca.

La recensione di Miriam:
Natale si avvicina, ma l’atmosfera a Villa Flora più che festosa sembra divenire sempre più cupa. Qualcuno ha sparpagliato i bulbi di donna Brunilde e rubato le patate pronte per la semina, un lenzuolo è sparito, mentre uno strano gatto giallo pare sbucato fuori dal nulla. Il tuttofare Michele ritiene che il responsabile degli strani fenomeni sia il fantasma che, secondo una vecchia leggenda, protegge un tesoro nascosto dai Gesuiti nella villa. Luigi Gualandi, invece, ha una spiegazione più razionale: qualche ladruncolo si sta divertendo a sue spese. Interpella così l’amico Giorgio Roversi affinché lo aiuti a dirimere la matassa. Il tenente non esita a correre in suo soccorso, ma ben presto la sua attenzione viene distratta da un caso più grave: Millomì, un barbone noto nella zona è stato assassinato. 
I primi sospetti ricadono su un altro senzatetto, tuttavia alcuni indizi convincono Roversi che non sia il vero colpevole e che la verità vada ricercata altrove. Una schedina del totocalcio e un misterioso ciondolo posseduto dalla vittima sono i due elementi da cui si svilupperanno le indagini che dal centro di Sassari si sposteranno a Montelepre, un quartiere periferico che il tenente appassionato di Tex Willer non esiterà a ribattezzare Montelepre Town, come fosse una città saltata fuori dal fumetto.
Ancora una volta Gavino Zucca ci trascina nella Sardegna degli anni ’60, per catturarci fra le spire di un giallo appassionante, arricchendo una storia da brivido con i colori di una terra che sa essere genuina e misteriosa, accogliente e ostile allo stesso tempo. Fra antiche tradizioni, leggende locali, superstizioni, sapori e paesaggi unici, prende forma una trama che incuriosisce e diverte proprio perché ai toni più seriosi, tipici del genere poliziesco, abbina il brio di una narrazione frizzante e ironica, scandita da una carrellata di personaggi vivaci e molto caratteristici.
Così come ne Il mistero di Abbacuada, il tenente Roversi potrà contare su collaboratori speciali nel condurre le sue ricerche. Di nuovo troverà in Luigi Gualandi e nella sua famiglia allargata un validissimo aiuto. La piazza, il bar, i luoghi tipici di ritrovo dei sassaresi, di nuovo rappresenteranno fonti preziose da cui attingere informazioni.
Man mano che le indagini procedono, nuovi elementi emergono avvicinandoci sempre più alla verità, ma trasportandoci anche ancora più indietro nel tempo. Gradualmente si andrà delineando, infatti, la storia personale di Millomì, ex soldato, che ci porterà nel lontano ’46.
Pur passando in secondo piano, poi, i misteri legati a villa Flora non verranno dimenticati, anche perché continueranno a infittirsi e ad arricchirsi di nuovi particolari; Roversi seguiterà a indagare pure in tal senso, cosicché, muovendoci con lui sulle tracce di un assassino, ci ritroveremo coinvolti in un carosello di bizzarri avvenimenti. Ai furti dell’ipotetico fantasma, si aggiungerà una strana invasione di gatti gialli che coinvolgerà anche altre case della zona e, ciliegina sulla torta, l’enigmatica comparsa al bar di un inquietante figuro: il pindacciu (lo jettatore). Possibile che l’arrivo in città di questo personaggio foriero di sventura sia legato in qualche modo agli ultimi accadimenti?
Se ciò non fosse abbastanza, ci sarà inoltre un’ulteriore novità che toccherà Roversi da vicino, complicando il tutto: l’arrivo da Bologna di Flavia Lanzarini, figura chiave del suo passato e protagonista dei fatti che gli sono costati il trasferimento in Sardegna. Evento, questo, che ritaglierà una finestra sui trascorsi del tenente, consentendoci di conoscerlo meglio, e che aprirà un giallo nel giallo, fornendoci nell’epilogo un grosso indizio su quel che potrà riservarci il prossimo libro della serie.











Review Party: Il settimo oracolo di G.L. Barone

Buongiorno cari follower,
oggi giornata all'insegna dei Review Party, ve ne proponiamo ben due. Per cominciare festeggiamo l'uscita de Il settimo oracolo di G.L. Barone (Newton Compton), ultimo capitolo della Fenice Saga. Si torna a parlare di vaccini e di un inquietante complotto internazionale.

Titolo: Il settimo oracolo
Autore: G.L. Barone
Editore: Newton Compton
Pagine: 320
Prezzo ebook: 3,99
Prezzo cartaceo: 9,90

Descrizione:
Due bambini barbaramente uccisi e con la bocca cucita: è questo il macabro delitto su cui è chiamato a investigare Nigel Sforza dell’Interpol. Aiutato dal diplomatico Nicolò Nobile e dal colonnello Hannibal Gutierrez, l’esperto ispettore segue le tracce dell’assassino fino a Istra, una cittadina a nord di Mosca. È lì, nei pressi dell’enigmatica Wardenclyffe Tower, la torre di Tesla voluta negli anni Settanta dal governo sovietico, che la vicenda sembra abbia avuto inizio. Le indagini portano quasi subito a un’inquietante scoperta: dietro all’installazione si nasconde un laboratorio segreto, impegnato a proseguire i più abietti esperimenti nazisti in campo eugenetico. Intanto, un altro indizio viene rinvenuto nella piana delle piramidi, il luogo in cui negli anni Sessanta era stata scoperta la mummia del primo faraone d’Egitto, il dio Osiris. Un misterioso, ancestrale vaticinio, il Settimo oracolo, sembra stia tirando le fila dell’intera vicenda…

La recensione di Miriam:
Terzo e ultimo atto della Fenice Saga, Il Settimo Oracolo ci riporta al centro del mistero legato alla sintesi di un nuovo vaccino contro l’Ebola e del complotto internazionale che gli gravita attorno. La rete si infittisce e la tensione sale poiché nuovi elementi intervengono a complicare il quadro d’insieme.
Ancora una volta la storia si disloca in diversi luoghi geografici. Ritroviamo il PM Zeno Veneziani, scampato all’attentato terroristico al Palazzo delle Nazioni Unite e tratto in salvo dalla tribù degli Awà nella foresta amazzonica. Ritornato cosciente, dopo le cure, ricevute dallo sciamano Sasso Grigio, l’uomo si imbatte in un ragazzino che attira subito la sua attenzione. Il suo nome è John Tan-tan, possiede una misteriosa cassa contenente documenti che rinviano al vaccino, e a quanto pare la Sunrise X è sulle sue tracce.
Intanto, l’ispettore dell’Interpol Nigel Sforza, coadiuvato da Niccolò Nobile e dal colonnello Hannibal Gutierrez, è in Russia per indagare sull’omicidio di due infanti ritrovati con la bocca cucita. Un caso che sembra non avere alcuna attinenza con le sue ultime indagini, finché la pista investigativa non lo riporta alla Torre di Tesla e a un laboratorio segreto in cui si svolgono inquietanti esperimenti di eugenetica… riconducibili sempre al caso del vaccino da cui tutto ha avuto origine.
In modo imprevisto, fili all’apparenza slegati finiscono per intrecciarsi e le stesse strade dei vari personaggi, divisi dagli ultimi eventi, gradualmente, si ricongiungono facendoli ritrovare fisicamente all’interno della stessa squadra.
Nuovi inquietanti interrogativi prendono forma, man mano che le ricerche portano a galla preoccupanti verità. Perché il vaccino somministrato in massa dal governo sta causando molteplici morti anziché tenere la gente al riparo dall’epidemia? Che fine ha fatto padre Fernandes? Chi è davvero il piccolo John Ta-tan e perché è ricercato? E ancora, chi sono gli infanti morti e cosa accade davvero nel laboratorio segreto scoperto in Russia?
Ancora una volta, Barone orchestra un plot corposo e complesso, straripante di accadimenti, informazioni e rimandi, al punto che leggendo ci si sente come travolti da un autentico ciclone. Seguire il filo non è semplicissimo, tantissimi sono i tasselli da incastrare e i dettagli da tenere a mente per ricomporre il puzzle, ma lo sforzo viene ampiamente ripagato dalla ricchezza di una storia appassionante, di grandissima attualità, e fitta di interessanti spunti di riflessione.
Il thriller sempre più assume sfumature fantascientifiche; la tesi complottistica già profilata nei libri precedenti qui viene rinsaldata, sollevando il sipario su una dimensione, reale ma quasi parallela, in cui accadono cose indicibili, la scienza forza i confini dell’etica nel modo più estremo e raccapricciante possibile, e gli interessi delle multinazionali interferiscono con quelli della salute pubblica.
Per sbrogliare l’intricata matassa annodata dall’autore, occorrerà esplorare i segreti dell’eugenetica, e degli esperimenti cominciati dai nazisti, ma anche ritornare ai misteri delle piramidi di Giza e al ritrovamento della mummia del Primo Faraone avvenuto negli anni ’60, fino a considerare le teorie di Zecharia Sitchin e valutare un’ipotesi alternativa sull’origine dell’umanità.
Un bellissimo romanzo che pur forzando i confini della realtà e proiettandoci nella fiction, ci induce a interrogarci su questioni tutt’altro che fantasiose, come le manipolazioni cui possiamo essere sottoposti o il rischio di un’epidemia globale.

  






martedì 3 luglio 2018

Recensione: Samsara. L'isola degli urlanti

Titolo: Samsara. L'isola degli urlanti
Autore: Caleb Battiago
Illustrazione di copertina di Wendy Saber Core
Illustrazioni interne di Stefano Cardoselli
Editore: Independent Legions Publishing
Pagine: 204
Prezzo eBook: 4,99
Prezzo cartaceo: 16,54


Descrizione:
Il nuovo romanzo dal vincitore del Bram Stoker Award. Grande Canada, Moosonee. Sono trascorsi 16 anni dallo schianto di Uxor 77 e da allora la città è assediata dalla Milizia governativa, impegnata a sterminare i figli della Peste Bianca, sopravvissuti contaminati, mostri di nuova generazione. Nessuno deve uscire dai recinti di quarantena. L’ordine è chiaro, ma c’è chi si ribella. A bordo della Homeless Doll, un gruppo di disperati tenta la fuga verso il Trash Vortex 147, un’isola di plastica, un enorme accumulo di spazzatura galleggiante che non figura nemmeno sulle mappe. Ma sarà davvero un posto sicuro o si rivelerà l’ennesimo girone di un inferno che non ammette via d’uscita? Un viaggio di speranza e perdizione in cui passato e futuro s’incontrano in una spirale di violenza, cannibalismo, perversione, chiudendo il cerchio di un Samsara apocalittico. Ormai è tempo di azzerare il vecchio mondo e prepararsi al nuovo che avanza, col pelo lucido e la lunga coda; un mondo da ripensare, comunque vada a finire…


La recensione di Miriam:
Un’isola di plastica che non figura nemmeno sulle mappe, un accumulo di rifiuti galleggianti innaffiati dalla pioggia radioattiva: il Trash Vortex 147 sembra l’esatto contrario di un Eden e di certo non si preannuncia come un luogo ospitale. Ma a volte, si sa, l’unica scelta percorribile è quella del male minore. Meglio una pattumiera in mezzo al mare su cui poter coltivare un’illusione di libertà che una città assediata dalla Milizia governativa. A questo si è ridotta Moosonee, nel Grande Canada, dopo lo schianto di Uxor, il meteorite che ha innescato l’Apocalisse, dando la stura a una nuova stirpe di appestati. Sedici anni sono passati dal triste evento e la situazione non è migliorata. La popolazione è contaminata e nessuno deve uscire dai recinti di quarantena. Sopravvivere restando entro i confini non è nemmeno facile, giacché ogni cinque minuti c’è un cecchino che fa saltare un cervello e se non si finisce in poltiglia c’è sempre il rischio di ritrovarsi in un laboratorio a far da cavie umane.
È per sfuggire a tutto questo che un manipolo di disperati decide di scappare e tentare di raggiungere il vortex, se non altro lì la milizia non potrà scovarli, almeno questa è la speranza.
Mona e Jackson Napoleone con la figlioletta Grace, nel mirino dei soldati perché affetta dalla Peste Bianca; la terrorista Oceanne con il compagno Zack Rompighiaccio, e la sua inseparabile tanica di tequila; le prostitute del Bon Bon con la piccola Annapurna; Logan, il tossico; sono solo alcuni dei reietti che a bordo della Homeless Doll salpano verso la nuova terra promessa.
Ma sarà davvero tale, oppure l’isola si rivelerà solo l’ennesimo inferno? Di sicuro lo strano rumore che accoglie i profughi sulla spiaggia suggerisce che non si tratta di un luogo disabitato, come previsto, e probabilmente chi vi dimora non ha alcuna intenzione di accoglierli amichevolmente.
È così, con un considerevole salto indietro nel tempo, che si apre il romanzo conclusivo della trilogia narakiana. Spiazzandoci del tutto e deviando dai percorsi più convenzionali, Caleb Battiago ci riporta nel suo terrificante mondo post-apocalittico per consegnarci l’atto finale della sua saga cannibalica, ma non riprende il filo della narrazione dal momento in cui si era fermato per guidarci in linea retta verso l’epilogo. Sposando l’idea di un tempo circolare – in perfetta sintonia con l’idea stessa di Samsara – riparte da un punto diverso, sorprendendoci con una storia originale che ha quasi il sapore di un prequel o di uno spin-off. Le atmosfere sono riconoscibilissime, e risulteranno piacevolmente familiari a chi ha già letto gli altri romanzi, i riferimenti tanti, ma ad accoglierci nelle spire di questa avventura sono personaggi e una trama del tutto nuovi.
Siamo nel sedicesimo anno dopo Uxor, prima degli accadimenti che hanno scandito l’esplorazione infernale del Naraka, e ancor prima del viaggio verso Shanti. È da qui che si riparte per un lungo rush, fittissimo di sorprese, che solo verso il finale va a ricongiungersi con il resto della storia, regalandoci una diversa visione d’insieme, più completa, più consapevole. Ritroveremo solo allora vecchie conoscenze – come Big Blue, Messerschmitt, Kiki – che non mancheranno di stupirci aggiungendo nuovi essenziali tasselli al loro ritratto.
Un’opera all’insegna delle novità, dunque, e non solo per quel che riguarda trama, struttura e protagonisti. Questa volta troviamo anche una componente horror più marcata – l’impianto fantascientifico ormai ben edificato e rinsaldato nei romanzi precedenti non vinee ripercorso con inutili ripetizioni, ma solo richiamato e all’occorrenza arricchito, lasciando più spazio all’azione e a nuove sfumature da esplorare, come appunto quella più orrorifica.
Un altro elemento innovativo riguarda poi la natura dei personaggi, se negli altri libri eravamo circondati da “cattivi e più cattivi”, letteralmente schiacciati in una morsa da cui era esclusa qualsiasi forma di bontà, qui fanno capolino alcuni “buoni”, o quanto meno persone che conservano dei valori etici di riferimento e sono animate da sentimenti forti, come l’amore genitoriale di Mona e Jackson nei confronti della piccola Grace, ma nondimeno l’amore di coppia, per esempio quello che, seppur burrascoso e a volte sopra le righe, lega Oceanne e Zack. Non pensiate tuttavia che l’oscuro Caleb si sia rammollito, la bontà di cui vi parlo è comunque da prendersi con le pinze  e da valutare in riferimento a un contesto crudo, esacerbato; d’altra parte non mancano notevoli new entry fra i malvagi d.o.c., che fanno da perfetto contraltare ristabilendo l’equilibrio – basti pensare a Charon (secondo me il personaggio più carismatico fra i nuovi), con i suoi orecchini a forma di teschio in cui di volta in volta racchiude le anime delle sue due ultime vittime.
Fra i vari capitoli dal ritmo davvero incalzante, si inseriscono poi degli interludi pullulanti di ratti mutati, che acquisiranno un preciso significato nelle battute conclusive, in cui l’animo poetico di Battiago prende il volo regalandoci un mix di orrore e lirismo che ci trascina in una dimensione delirante e visionaria allo stesso tempo, tale da far correre i brividi lungo la schiena.
Come sempre nelle sue opere, ogni singola parola sembra essere stata scelta con cura e incastrata in uno sparito immaginario che non ammette sbavature, ognuna ha un preciso suono e un peso che contribuisce all’armonia del tutto.
Di grandissimo impatto il finale, tragico e aperto pur senza lasciare nulla di incompiuto, una sorta di finestra spalancata su un abisso, idealmente da colmare, ma dal significato inequivocabile.



E per saperne di più...
Leggi anche la recensione di Naraka e Shanti





  








lunedì 2 luglio 2018

Recensione: Putridarium

Titolo: Putriarium
Autore: Paolo Di Orazio
Illustrazione di copertina di Ben Baldwin
Editore: Independent Legions Publishing
Pagine: 162
Prezzo eBook: 3,99
Prezzo cartaceo: 15,18
Disponibile su amazon

Descrizione:
Dal pioniere dello Splatterpunk Italiano, la novella vincitrice del Premio Laymon 2017. Arroccato sulla torre del convento, a strapiombo sul mare, il Putridarium è il luogo più temuto dalle sorelle di clausura, un antro buio e dall’aria mefitica in cui scontare i peccati più gravi, senza certezza di uscirne vive. Angie, novizia da appena tre mesi, è sicura di non aver fatto niente che meriti un simile castigo, eppure è proprio lì che viene rinchiusa. L’odore di marcio, le tenebre, il silenzio, la fame e la sete, tuttavia, non sono le sole cose a riempire la cella. Angie non ha il coraggio di voltarsi a guardare, ma avverte minacciose presenze alle sue spalle, il contatto con qualcosa di soffocante e ineffabile che non vuole assolutamente affrontare… Mentre il terrore si intensifica e il tempo si dilata, scandito dalle onde del mare, i peggiori incubi prendono forma, sfumando i confini fra sogno e veglia, in un crescendo di dolore e solitudine in cui si annida un’insospettabile verità.

La recensione di Miriam:
Una prigione asfittica, buia, silenziosa, dall’aria irrespirabile: questo è il putridarium. Un triste luogo di espiazione, posto sulla torre di un convento di clausura, in cui le sorelle scontano i loro peccati.
Angie è novizia da pochissimi mesi, non per vocazione, ma perché costretta dalla famiglia; nonostante ciò ha tentato sin dall’inizio di adeguarsi alle regole, perciò quando viene rinchiusa nella temuta prigione non sa spiegarsene il motivo. A nulla valgono le sue grida, le sue richieste di aiuto o di spiegazioni, la porta di ferro dietro cui viene rinchiusa rimane inesorabilmente sprangata. Il suo unico contatto con l’esterno è una piccola fessura da cui di tanto in tanto viene fatta passare una ciotola, a volte recante cibo, altre contenuti indicibili o messaggi enigmatici.
Per il resto Angie è sola… o quanto meno presume di esserlo, senza esserne davvero sicura. Alle sue spalle, in realtà, avverte sinistre presenze, sebbene non osi voltarsi a guardare.
È una situazione quasi kafkiana, decisamente asfissiante a mettere in moto gli ingranaggi di questa novella che si sviluppa come un horror psicologico, sospeso fra realtà e allucinazione.
La deprivazione sensoriale, fatta eccezione per piccoli sprazzi di luce offerti da una finestrella irraggiungibile e il rumore prodotto dal moto del mare; la solitudine, interrotta unicamente dalla fastidiosa sensazione di presenze nascoste nel buio e da terrificanti visioni; l’impossibilità di misurare il tempo, se non contando le onde; la completa ignoranza di quel che potrà accadere e nello stesso tempo la certezza che sarà comunque qualcosa di orribile. Sono questi i mattoni con cui l’autore edifica una storia dalle atmosfere oniriche e intimistiche; una storia in cui l’orrore di situazioni raccapriccianti e descrizioni brutali che non lasciano nulla all’immaginazione, si fonde con quello più impalpabile legato all’incombere dell’ignoto, al materializzarsi di ricordi per nulla rassicuranti, al dolore derivante dalla certezza di non essere amati da nessuno e di non avere alcuna possibilità di appello.
A dispetto della sua apparente staticità, il putridarium è un luogo dinamico, in cui tante cose accadono e altrettante prendono forma. Un corvo con un occhio solo, una colomba dal becco affilato, mani fantasma che frugano ovunque… persino una bambola che pare materializzarsi dal passato, sono solo alcune delle presenze che pian piano cominciano a muoversi e a popolare i giorni di prigionia di Angie. Presenze reali o immaginarie? È una domanda, questa, per cui non vi è risposta definitiva. La sospensione in una bolla in cui è difficile distinguere ciò che realmente si verifica dai frutti di una mente messa a dura prova da una condizione estrema è una delle caratteristiche principali – nonché uno dei più grandi punti di forza – di questo racconto.
Mettendo in fila frasi dal forte potere evocativo e l’impronta poetica, Di Orazio fa leva sui sensi, producendo macabre quanto efficaci sinestesie, che ci calano letteralmente nei panni della protagonista, ricoprendoci con il mantello della sua angoscia. Leggendo ci si sente davvero in trappola con lei, si ha l’impressione di respirare i miasmi del putridarium, di scorgere la pallida luce che raramente filtra dalla finestra, di udire il richiamo del mare, di percepire il dolore fisico e psichico causato dalle torture subite (alcune mi sono rimaste così impresse che continuo a ripercorrerle con la mente anche a distanza di giorni). È un po’ come percorrere con la novizia il cammino di espiazione cui viene condannata, fino a raggiungere la comprensione di tutto, la verità che si cela dietro un simile carosello degli orrori. Tutto ciò che all’inizio appare inspiegabile e confuso gradualmente assume un significato; ogni singola sfumatura trova il suo posto in un disegno finale che ha il potere di sorprendere. Fra i tanti pregi di questa novella vi è infatti anche quello di sfociare in un epilogo originale e assolutamente imprevedibile.
Non meno potente, pur nella sua brevità, è Acque sinistre, il racconto breve incluso nella pubblicazione, inedito in italiano ma già incluso in versione inglese nella racconta The beauty of Death II. Qui si cambia ambientazione e tematica, anche se la componente psicologica continua a giocare un ruolo decisivo. Elaborando una trama intrigante e ricca di mistero, l’autore affronta in modo mirabile proprio il tema della psicosi, facendoci compiere un salto nell’orrore di alcune pratiche mediche in voga negli anni passati (ma mai del tutto abbandonate) e ponendoci nel contempo un inquietante interrogativo: siamo sicuri che chi viene bollato come pazzo e trattato di conseguenza sia davvero tale? E se i presunti sintomi clinici fossero, invece, il segno si qualcosa di diverso, magari di una maggiore sensibilità o della capacità di entrare in contatto sul serio con un’altra dimensione?
Una lettura terrificante e coinvolgente sul piano emotivo, di quelle che strizzano lo stomaco e trasmettono un certo senso di disagio che non svanisce con l’ultima pagina.



giovedì 28 giugno 2018

Review Party: Il patto dell'abate nero di Marcello Simoni

Buongiorno cari follower,
benvenuti al Review Party dedicato a Il Patto dell'abate nero di Marcello Simoni (Newton Compton), nuovo avvincente capitolo della Secretum Saga.

Titolo: Il patto dell'abate nero
Autore: Marcello Simoni
Editore: Newton Compton
Pagine: 336
Prezzo ebook: 5,99
Prezzo cartaceo: 9,90

Descrizione:
13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcania, un saraceno scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, si convince che quel tesoro ha a che fare con la morte di suo padre. Elabora così un piano preciso, ma per realizzarlo ha bisogno dell’aiuto di Tigrinus, il noto ladro fiorentino legato a Cosimo de’ Medici. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero, spacciarsi per Teofilo Capponi, e poi mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus. A Firenze, Bianca cercherà di mantenere il segreto sulla missione affidata al ladro. Ma, mentre Tigrinus è lontano, qualcuno ha finalmente modo di mettere le mani sul tesoro più grande che il furfante nasconde: la Tavola di Smeraldo...

La recensione di Miriam:
Secondo capitolo della Secretum Saga, Il patto dell’abate nero ci propone un nuovo mistero che vede scendere in campo protagonisti già incontrati nel libro precedente. In apertura ritroviamo Bianca de’ Brancacci che accidentalmente si ritrova a origliare una strana conversazione fra suo marito Teofilo Capponi e un uomo che non ha mai visto prima. La discussione è accesa, tanto che Teofilo colpisce in volto il suo interlocutore, ma ad attirare l’attenzione della donna è ben altro: brani del dialogo in cui viene citato suo padre, Teodoro de’ Brancacci, e viene ventilata l’ipotesi che sia ancora vivo, e non morto in Francia come tutti credono. Fra le altre cose Bianca coglie il nome di un ebreo, probabilmente coinvolto nella faccenda, Simeone de Lunell e nota che a suo marito viene consegnata una lettera. Tutto ciò non può di certo lasciarla indifferente, né tantomeno è qualcosa che può fingere di ignorare. Rimasta sola con il consorte, tenta di scoprire qualcosa di più, soprattutto di capire se suo padre può davvero essere ancora vivo, ma Teofilo non pare disposto a collaborare. Segue una colluttazione ed è proprio lui ad avere la peggio. D’improvviso Bianca si ritrova vedova, ma in possesso della missiva che può guidarla alla scoperta della verità. Tuttavia, è un’impresa che non può portare a termine da sola, per riuscirci ha bisogno di un valido alleato e lei non ha dubbi su chi possa essere. La sua scelta cade su Tigrinus, il ladro che in passato ha creduto responsabile dell’omicidio di suo zio Giannotto Bruni, ed elabora un piano ingegnoso per perseguire il suo scopo. La donna accusa il furfante di aver ucciso il marito durante un tentativo di rapina finito male, in modo che sia costretto alla fuga, e in segreto stringe un patto con lui: spacciandosi per Teofilo Capponi, il ladro dovrà recarsi ad Alghero per incontrare il mercante ebreo autore della lettera e lì tentare di scoprire la verità su Teodoro de’ Brancacci.
Ovviamente è prevista anche una ricompensa; fra le altre cose, Bianca ha scoperto che Simeone de Lunell intendeva vendere a suo marito il segreto sull’esatta ubicazione del tesoro di Gilarus d’Orcania. Fingendosi Capponi, Tigrinus potrà entrare in possesso delle giuste informazioni per trovarlo e farlo proprio.
Semplice e lineare… o forse no?
In effetti, la missione si rivelerà più complicata del previsto, anche perché ci sarà qualcuno che si insospettirà osservando i movimenti di Bianca e non mancherà di interferire nei suoi piani, a cominciare dal capo delle guardie cittadine Niccolò Vitelli che non crederà affatto alla sua versione sull’uccisione di Teofilo, né crederà nella sua innocenza. A complicare ulteriormente le cose, ci sarà un’altra sfortunata coincidenza: approfittando dell’assenza di Tigrinus, qualcuno gli sottrarrà la Tavola di Smeraldo.
Tenendo fede a quello che ormai può essere considerato il suo marchio di fabbrica, Marcello Simoni torna a fondere fiction e storia dando vita a un romanzo mozzafiato in cui azione e mistero dettano il ritmo, intrecciandosi in un plot che ci trascina nell’Italia del ’400, fra personaggi realmente esistiti e altri di fantasia. Ci guida alla scoperta di una Alghero d’epoca, fornendoci una descrizione dei luoghi battuti supportata da un’approfondita documentazione storica, ci conduce alla corte dei Medici a Firenze, lasciandoci incontrare Cosimo e il filosofo Marsilio Ficino, ci narra di un tesoro realmente esistito come la Tavola di Smeraldo e di un altro, quello di Gilarus d’Orcania, partorito dalla sua immaginazione.
Attraverso una narrazione dinamica, scandita da capitoli brevi fittissimi di accadimenti e colpi di scena, si sospinge lungo un sentiero disseminato di intrighi, pericoli, sorprese che ci tengono con il fiato sospeso e ci impediscono di distogliere lo sguardo dalla pagina fino alla fine, regalandoci nel contempo una carrellata di personaggi carismatici. Intrigante è la figura di Bianca, una donna scaltra, poco avvezza alle occupazioni riservate alle donne nel suo tempo, coraggiosa e forte tanto da tener testa a uomini di mondo. E altrettanto ricca di fascino e anticonvenzionale è quella di Tigrinus che qui viene ulteriormente approfondita definendo il ritratto di un ladro molto sopra le righe: è un fuori legge ma ha un suo codice morale, ruba ma non uccide, infrange le regole ma non abbandona gli amici. Una sorta di ladro gentiluomo, insomma, al cui fascino difficilmente si può resistere.